Osserviamo, abitiamo, costruiamo...

Manifesto

Si può affermare, senza dubbio alcuno, che del domani non abbiamo certezza. Riconosciamo senza troppe pretese di avere aspirazioni altre, evasive, non speculative ma comunque contestualizzate nel fatto che di questo nostro lavorare noi vogliamo campare, vogliamo dividere il pane e questo ci rende compagn*; come ci ricorda Vito Teti le parole ricordano l’azione che guida il perché del gesto.

Per cui, abbracciando il credo dei fratelli Karamazov proclamiamo che noi, sbarbatelli, in questo preciso momento storico ci stiamo incontrando in questo spazio con l’esatto compito di ragionare sull’esistenza; la nostra, nelle arti, nel benessere e nella cultura. In questo spazio che vogliamo chiamare Teatro (dal greco antico Théatron, luogo da cui si osserva)
noi ci riconosciamo e definiamo.

Definiamo Teatro qualsivoglia movimento dell’umano che vuole comunicare col proprio corpo/voce/animo a una comunità partecipante: ci assumiamo la responsabilità di creare/curare/armonizzare e tutelare atti creativi coraggiosi, visionari tanto da uscire dall’ottica del produttivo e altrettanto profetici da poter essere realizzati.

Definiamo la promiscuità condizione preferenziale della nostra curatela artistica: di quella che portiamo in gioco, di quella che creiamo, di quella che auspichiamo. Riconosciamo il rapporto con la natura la condizione fondamentale per esistere come Centro di esistenza; alla base delle azioni che faremo, ci sarà la consapevolezza del dover abitare questa Terra Madre di passaggio.
Non vogliamo essere invasivi, non vogliamo essere invasori.

Non vogliamo essere colonizzatori di spazi vuoti da raccontare come romanticamente ancorati a un passato, a un altrove, a una de-crescita considerata come autentica, identitaria: siamo cittadin* del mondo ma abbiamo scelto di abitare un luogo geografico specifico, il sud Italia; abbiamo scelto di lavorare qui, di abitare qui, di costruire qui un futuro che sia però salvo dalle regole capitalistiche e patinate che non riconoscono il sud come spazio vivo, non banalizzabile nei pro e contro di una vita lenta.

Viviamo il contraddittorio di essere tutti i luoghi che abbiamo conosciuto, desiderato, fuggito e a volte anche odiato: scegliamo per questo di essere un luogo concretamente e simbolicamente regolato dallo scorrere delle stagioni, delle vite, delle opere, del processo che porta ogni luogo ad avere una sua dignità specifica; non salviamo niente, non svendiamo nulla, non ingaggiamo nessuno: osserviamo, abitiamo, costruiamo.

In questo tempo dove il correre non ha meta, sentiamo il richiamo a una lentezza da costruire pezzo per pezzo ricorrendo a memorie ancestrali, alle radici degli ulivi, ai tempi di fioritura dei mandorli; siamo politici nel considerare l’atto performativo una cura per la comunità, un ricostituente sociale, il luogo dove l’atto si offre allo sguardo e crea un rapporto sacro tra chi fa e chi assiste; crediamo che questa via, da costruire, possa aiutarci nel nostro camminare.

E alla resilienza preferiamo da sempre l’atto della resistenza, non perché non siamo capaci di accogliere il cambiamento ma perché vogliamo dare a questo fondamenta solide, ancorate al terreno; radici abbastanza forti da permettere a questo spazio fisico e ideologico di andare lontano.